SABATO 17 APRILE ore 19,00 CENTRO CULTURALE COMUNALE VIA DELLE ROSE PIANO DI SORRENTO
presentazione del volume inedito di Don Alfredo Ammendola "Un pescatore di Anime" biografia del Canonico Don Eduardo Mastellone
Programma
Saluti del Sindaco prof. Giovanni Ruggiero
Interventi di Lorenzo Milano Priore della Congrega dei Luigini Don Pasquale Irolla Parroco della Parrocchia di S. Michele Arcangelo Prof. Andrea Durazzo Curatore dell’opera Avv. Antonino CuomoEsperto delle tradizioni e della culturadella penisola sorrentina
Il libro sarà distribuito gratuitamenteal termine della presentazione.
"Ecco, quindi, la finalità di questo mio breve e modesto lavoro: ricordare affettuosamente, a tutti coloro che lo conobbero e lo amarono, il Can. D. Eduardo Mastellone, e tramandare ai posteri il ricordo di uno dei migliori sacerdoti che abbia avuto Piano di Sorrento. Questo mio lavoro non ha la pretesa di essere perfetto e compiuto,ma di essere solo un modesto attestato di filiale gratitudine verso il caro ed indimenticabile defunto, ed un invito a ricordare con amore chi per quasi undici lustri infaticabilmente operò nella vigna del Signore, per la santificazione e la salvezza di innumerevoli anime.
Ho scritto questa piccola biografia con concisione e con semplicità di stile, essendo essa destinata specialmente ai fedeli di quel popolo, tra cui Don Eduardo esercitò il suo ministero. Non ho, ripeto, alcuna pretesa di aver fatta opera pregevole, e sono convinto, che, se una benevola accoglienza sarà riservata a questo modesto lavoro, essa dipenderà unicamente dall'affettuosa gratitudine verso l'Uomo, di cui brevemente e poveramente, ho narrato la vita". Piano di Sorrento, 7 febbraio 1947, Sac. Ammendola Alfredo
Ecco parte, piccolissima, della inedita prefazione che Don Alfredo scrisse per quest'opera ... la vicenda umana e lo zelo di questo straordinario e sconosciuto sacerdote, l'autore degli inni che ancora intoniamo durante la novena a S. Michele Arcangelo, il riformatore dell'ordine delle Suore Agostiniane nel piccolo convento in Via S. Michele, il padre spirituale e la prima guida del sodalizio dei Luigini (dove fu primissimo confratello) e dell'oratorio di S.Nicola , dove con interventi strutturali provvide ad allargare la piccola e fino ad allora fatiscente cappella, dotandola di tutti i conforti per i giovani che da allora (e son trascorsi 80 anni!!!) frequentano questa straordinaria struttura. Vi aspettiamo in una sera che sarà , lo promettiamo, un tuffo in un passato bello e piacevole ...
In occasione della S. Pasqua, il Governo del Sodalizio dei Luigini fa a tutti quanti i lettori di questo blog gli auguri di una felice e serena Pasqua. Lo fa con le parole dolcissime, di Padre David Maria Turoldo, che si commenta da sole. Diciamo solo che è questo un testo di altissima poesia, di freschissima ispirazione e di presa immediata.
I Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Andrò in giro per le strade zufolando, così, fino a che gli altri dicono: è pazzo! E mi fermerò sopratutto coi bambini a giocare in periferia, e poi lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri e saluterò chiunque incontrerò sulla via inchinandomi fino a terra. E poi suonerò con le mie mani le campane sulla torre a più riprese finché non sarò esausto. E a chiunque venga anche al ricco dirò: siediti pure alla mia mensa, (anche il ricco è un povero uomo). E dirò a tutti. avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
II Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Tutto è un suo dono eccetto il nostro peccato. Ecco gli darò un`icona dove lui bambino guarda agli occhi di sua madre: così dimenticherà ogni cosa. Gli raccoglierò dal prato una goccia di rugiada - è già primavera ancora primavera una cosa insperata non meritata una cosa che non ha parole! - e poi gli dirò d'indovinare se sia una lacrima o una perla di sole o una goccia di rugiada. E dirò alla gente: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
III Io vorrei donare una cosa al Signore ma non so che cosa. Non credo più neppure alle lacrime, e queste gioie sono tutte povere: metterò un garofano rosso sul balcone canterò una canzone tutta per lui solo. Andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell’usignolo, quell'usignolo che canta sempre solo da mezzanotte all'alba. E poi andrò a lavarmi nel fiume e all'alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli e dirò a ogni casa: "pace!" e poi cospargerò la terra d`acqua benedetta in direzione dei quattro punti dell'universo, poi non lascerò mai morire la lampada dell'altare e ogni domenica mi vestirò di bianco.
IV Io vorrei donare una cosa sola al Signore, ma non so che cosa. E non piangerò più non piangerò più inutilmente; dirò solo: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso, poi non dirò più niente.
Voglio regalervi alcune immagini dell'intenso appuntamento del Martedì Santo presso la cappella dell'Oratorio di San Nicola. Dinanzi alla statuina dell'Addolorata, e alla Croce del Sodalizio abbiamo pregato ascoltando la storia, una come tante, di una madre e di un figlio scomparso ... il dolore che diviene a mano a mano più "sopportabile" e insieme al ricordo si fa avanti la forza ... E' la vita che vince sempre ... è questo il dettato che la Pasqua ci insegna ...
MESSA IN COENA DOMINI BASILICA DI SAN MICHELE ARCANGELO ORE 18.00
Giovanni Paolo II è morto in Vaticano il 2 aprile 2005, alle ore 21.37, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia. Domani saranno dunque trascorsi 5 anni ... Lo ricordiamo con l'ultima lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 2005. In calce la data e il luogo della firma della lettera ... il papa era ricoverato in quei giorni al policlinico Gemelli. e' ancora vivo il ricordo in tutti noi di quelle settimane. La Pasqua "muta" e le ultime drammatiche ore. Questo testo ci avvicina ancr di più ai riti che tra poche ore andremo a vivere.
LETTERA DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II AI SACERDOTI PER IL GIOVEDÌ SANTO 2005
Carissimi sacerdoti!
1. Particolarmente gradito, nell'Anno dell'Eucaristia, mi torna l'annuale appuntamento spirituale in occasione del Giovedì Santo, il giorno dell'amore di Cristo spinto « fino all'estremo » (cfr Gv 13,1), il giorno dell'Eucaristia, il giorno del nostro sacerdozio.
Il mio pensiero viene a voi, sacerdoti, mentre trascorro un periodo di cura e di riabilitazione in ospedale, ammalato tra gli ammalati, unendo nell'Eucaristia la mia sofferenza a quella di Cristo. In questo spirito voglio riflettere con voi su qualche aspetto della nostra spiritualità sacerdotale.
Lo farò lasciandomi guidare dalle parole dell'istituzione eucaristica, quelle che ogni giorno pronunciamo in persona Christi, per rendere presente sui nostri altari il sacrificio compiuto una volta per tutte sul Calvario. Da queste parole emergono indicazioni luminose di spiritualità sacerdotale: se tutta la Chiesa vive dell'Eucaristia, l'esistenza sacerdotale deve avere a speciale titolo una « forma eucaristica ». Le parole dell'istituzione dell'Eucaristia devono perciò essere per noi non soltanto una formula consacratoria, ma una « formula di vita ».
Un'esistenza profondamente « grata »
2. « Tibi gratias agens benedixit... ». In ogni Santa Messa ricordiamo e riviviamo il primo sentimento espresso da Gesù nell'atto di spezzare il pane: quello del rendimento di grazie. La riconoscenza è l'atteggiamento che sta alla base del nome stesso di « Eucaristia ». Dentro quest'espressione di gratitudine confluisce tutta la spiritualità biblica della lode per i mirabilia Dei. Dio ci ama, ci precede con la sua Provvidenza, ci accompagna con continui interventi di salvezza.
Nell'Eucaristia Gesù ringrazia il Padre con noi e per noi. Come potrebbe questo rendimento di grazie di Gesù non plasmare la vita del sacerdote? Egli sa di dover coltivare un animo costan- temente grato per i tanti doni ricevuti nel corso della sua esistenza: in particolare, per il dono della fede, della quale è diventato annunciatore, e per quello del sacerdozio, che lo consacra interamente al servizio del Regno di Dio. Abbiamo le nostre croci – e certo non siamo i soli ad averne! – ma i doni ricevuti sono così grandi che non possiamo non cantare dal profondo del cuore il nostro Magnificat.
Un'esistenza « donata »
3. « Accipite et manducate... Accipite et bibite... ». L'auto-donazione di Cristo, che ha la sua scaturigine nella vita trinitaria del Dio-Amore, raggiunge la sua espressione più alta nel sacrificio della Croce, di cui l'Ultima Cena è l'anticipazione sacramentale. Non è possibile ripetere le parole della consacrazione senza sentirsi coinvolti in questo movimento spirituale. In certo senso, è anche di sé che il sacerdote deve imparare a dire, con verità e generosità: « prendete e mangiate ». La sua vita, infatti, ha senso se egli sa farsi dono, mettendosi a disposizione della comunità e a servizio di chiunque sia nel bisogno.
Questo, appunto, Gesù si aspettava dai suoi Apostoli, come l'evangelista Giovanni sottolinea raccontando della lavanda dei piedi. Questo anche il Popolo di Dio si attende dal sacerdote. A ben riflettere, l'obbedienza a cui egli si è impegnato nel giorno dell'Ordinazione, e la cui promessa è invitato a ribadire nella Messa crismale, prende luce da questo rapporto con l'Eucaristia. Obbedendo per amore, rinunciando magari a legittimi spazi di libertà quando si tratta di aderire all'autorevole discernimento dei Vescovi, il sacerdote attua nella propria carne quel « prendete e mangiate » con cui Cristo, nell'Ultima Cena, affidò se stesso alla Chiesa.
Un'esistenza « salvata » per salvare
4. « Hoc est enim corpus meum quod pro vobis tradetur ». Il corpo e il sangue di Cristo sono dati per la salvezza dell'uomo, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. E' una salvezza integrale e al tempo stesso universale, perché non c'è uomo che, a meno di un libero atto di rifiuto, sia escluso dalla potenza salvifica del sangue di Cristo: « qui pro vobis et pro multis effundetur ». Si tratta di un sacrificio offerto per « molti », come recita il testo biblico (Mc 14,24; Mt 26,28; cfr Is 53, 11-12) con una tipica espressione semitica che, mentre indica la moltitudine raggiunta dalla salvezza operata dall'unico Cristo, implica al tempo stesso la totalità degli esseri umani ai quali essa è offerta: è sangue « versato per voi e per tutti », come in alcune traduzioni legittimamente si esplicita. La carne di Cristo è infatti data « per la vita del mondo » (Gv 6,51; cfr 1 Gv 2,2).
Ripetendo nel silenzio raccolto dell'assemblea liturgica le parole venerande di Cristo, noi sacerdoti diveniamo annunciatori privilegiati di questo mistero di salvezza. Ma come esserlo efficacemente, senza sentirci noi stessi salvati? Noi per primi siamo raggiunti nell'intimo dalla grazia che, sollevandoci dalle nostre fragilità, ci fa gridare « Abba, Padre » con la confidenza propria dei figli (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). E questo ci impegna a progredire nel cammino di perfezione. La santità, infatti, è l'espressione piena della salvezza. Solo vivendo da salvati, diveniamo annunciatori credibili della salvezza. D'altra parte, prendere ogni volta coscienza della volontà di Cristo di offrire a tutti la salvezza non può non ravvivare nel nostro animo l'ardore missionario, spronando ciascuno di noi a farsi « tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22).
Un'esistenza « memore »
5. « Hoc facite in meam commemorationem ». Queste parole di Gesù ci sono state conservate, oltre che da Luca (22,19), anche da Paolo (1 Cor 11,24). Il contesto nel quale sono state pronunciate – è bene tenerlo presente – è quello della cena pasquale, che per gli ebrei era appunto un « memoriale » (zikkarôn, in ebraico). In quella circostanza gli israeliti rivivevano innanzitutto l'Esodo, ma con esso anche gli altri eventi importanti della loro storia: la vocazione di Abramo, il sacrificio di Isacco, l'alleanza del Sinai, i tanti interventi di Dio in difesa del suo popolo. Anche per i cristiani l'Eucaristia è « memoriale », ma lo è in una misura unica: non ricorda soltanto, ma attualizza sacramentalmente la morte e la risurrezione del Signore.
Vorrei inoltre sottolineare che Gesù ha detto: « Fate questo in memoria di me ». L'Eucaristia dunque non ricorda semplicemente un fatto: ricorda Lui! Per il sacerdote ripetere ogni giorno, in persona Christi, le parole del « memoriale » costituisce un invito a sviluppare una « spiritualità della memoria ». In un tempo in cui i rapidi cambiamenti culturali e sociali allentano il senso della tradizione ed espongono specialmente le nuove generazioni al rischio di smarrire il rapporto con le proprie radici, il sacerdote è chiamato ad essere, nella comunità a lui affidata, l'uomo del ricordo fedele di Cristo e di tutto il suo mistero: la sua prefigurazione nell'Antico Testamento, la sua attuazione nel Nuovo, il suo progressivo approfondimento, sotto la guida dello Spirito, secondo l'esplicita promessa: « Egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26).
Un'esistenza « consacrata »
6. « Mysterium fidei! ». Con questa esclamazione il sacerdote esprime, dopo ogni consacrazione del pane e del vino, lo stupore sempre rinnovato per lo straordinario prodigio che si è compiuto tra le sue mani. E' un prodigio che solo gli occhi della fede possono percepire. Gli elementi naturali non perdono le loro esterne caratteristiche, giacché le « specie » restano quelle del pane e del vino; ma la loro « sostanza », per la potenza della parola di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo, si converte nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo. Sull'altare è così presente « veramente, realmente, sostanzialmente » il Cristo morto e risorto nell'interezza della sua umanità e divinità. Realtà eminentemente sacra, dunque! Per questo la Chiesa circonda di tanta riverenza questo Mistero, e attentamente vigila perché siano osservate le norme liturgiche poste a tutela della santità di così grande Sacramento.
Noi sacerdoti siamo i celebranti, ma anche i custodi di questo sacrosanto Mistero. Dal nostro rapporto con l'Eucaristia trae il suo senso più esigente anche la condizione « sacra » della nostra vita. Essa deve trasparire da tutto il nostro modo di essere, ma innanzitutto dal modo stesso di celebrare. Mettiamoci per questo alla scuola dei Santi! L'Anno dell'Eucaristia ci invita a riscoprire i Santi che hanno testimoniato con particolare vigore la devozione all'Eucaristia (cfrMane nobiscum Domine, 31). Tanti sacerdoti beatificati e canonizzati hanno dato, in questo, una testimonianza esemplare, suscitando fervore nei fedeli presenti alle loro Messe. Tanti si sono distinti per la prolungata adorazione eucaristica. Stare davanti a Gesù Eucaristia, approfittare, in certo senso, delle nostre « solitudini » per riempirle di questa Presenza, significa dare alla nostra consacrazione tutto il calore dell'intimità con Cristo, da cui prende gioia e senso la nostra vita.
Un'esistenza protesa verso Cristo
7. « Mortem tuam annuntiamus, Domine, et tuam resurrectionem confitemur, donec venias ». Ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, la memoria di Cristo nel suo mistero pasquale si fa desiderio dell'incontro pieno e definitivo con Lui. Noi viviamo nell'attesa della sua venuta! Nella spiritualità sacerdotale questa tensione deve essere vissuta nella forma propria della carità pastorale, che ci impegna a vivere in mezzo al Popolo di Dio, per orientarne il cammino ed alimentarne la speranza. E' un compito, questo, che richiede dal sacerdote un atteggiamento interiore simile a quello che l'apostolo Paolo viveva in se stesso: « Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta... » (Fil 3,13- 14). Il sacerdote è uno che, nonostante il passare degli anni, continua ad irradiare giovinezza, quasi « contagiando » di essa le persone che incontra sul suo cammino. Il suo segreto sta nella « passione » che egli vive per Cristo. San Paolo diceva: « Per me il vivere è Cristo » (Fil 1,21).
Soprattutto nel contesto della nuova evangelizzazione, ai sacerdoti la gente ha diritto di rivolgersi con la speranza di « vedere » in loro Cristo (cfr Gv 12,21). Ne sentono il bisogno in particolare i giovani, che Cristo continua a chiamare a sé per farseli amici e per proporre ad alcuni di loro la donazione totale alla causa del Regno. Non mancheranno certo le vocazioni, se si eleverà il tono della nostra vita sacerdotale, se saremo più santi, più gioiosi, più appassionati nell'esercizio del nostro ministero. Un sacerdote « conquistato » da Cristo (cfr Fil 3,12) più facilmente « conquista » altri alla decisione di correre la stessa avventura.
Un'esistenza « eucaristica » alla scuola di Maria
8. Il rapporto della Vergine Santa con l'Eucaristia è molto stretto, come ho ricordato nell'EnciclicaEcclesia de Eucharistia (cfr nn. 53-58). Pur nella sobrietà del linguaggio liturgico, ogni Preghiera eucaristica lo sottolinea. Così nel Canone romano diciamo: « In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo ». Nelle altre Preghiere eucaristiche, poi, la venerazione si fa implorazione, come, ad esempio, nell'Anafora seconda: « Donaci di aver parte alla vita eterna, insieme con la Beata Maria, Vergine e Madre di Dio ».
Insistendo, in questi anni, specie nella Novo millennio ineunte(cfr nn. 23 ss.) e nellaRosarium Virginis Mariae(cfr nn. 9 ss.), sulla contemplazione del volto di Cristo, ho additato Maria come la grande maestra. Nell'Enciclica sull'Eucaristia l'ho poi presentata come « Donna eucaristica » (cfr n. 53). Chi più di Maria può farci gustare la grandezza del mistero eucaristico? Nessuno come Lei può insegnarci con quale fervore si debbano celebrare i santi Misteri e ci si debba intrattenere in compagnia del suo Figlio nascosto sotto i veli eucaristici. La imploro, dunque, per tutti voi, Le affido specialmente i più anziani, gli ammalati, quanti si trovano in difficoltà. In questa Pasqua dell'Anno dell'Eucaristia mi piace riecheggiare per ciascuno di voi la dolce e rassicurante parola di Gesù: « Ecco tua Madre » (Gv 19,27).
Con questi sentimenti, di cuore tutti vi benedico, augurandovi un'intensa gioia pasquale.
Dal Policlinico Gemelli in Roma, 13 marzo, quinta domenica di Quaresima, dell'anno 2005, ventisettesimo di Pontificato.
Si parte ... la notte più lunga dell'anno ... notte di fede ... notte di storia ... Ricordo ancora la frase dell'anonimo che aprì così l'opuscolo dei percorsi di qualche anno fa "e saranno lacrime" ... lacrime di gioia, di dolore, di speranza che sotto quei capucci ci renderanno tutti simili, simili di fronte a Cristo che sta per compiere il suo mistero più grande ... In questo giorno che passa dalla straordinaria festa dell'Eucarestia al dramma della morte e resurrezione di Gesù Cristo c'è in fondo la storia di ogni uomo ... la storia dell'umanità tutta ... (foto di Raffaella Valcaccia - proprietà riservata Oratorio di S.Nicola)